Quando scorriamo gli scaffali del supermercato alla ricerca di pomodori pelati o passata, il nostro sguardo viene inevitabilmente catturato da confezioni che evocano immediatamente l’Italia: bandiere tricolori, immagini di campi assolati, riferimenti al gusto mediterraneo e claim che richiamano la tradizione italiana. Eppure, dietro questa scenografia rassicurante, si nasconde spesso una realtà ben diversa che ogni consumatore dovrebbe conoscere prima di riporre il prodotto nel carrello.
Il trucco del packaging che seduce ma non informa
Il fenomeno del cosiddetto Italian sounding nel settore conserviero è più diffuso di quanto si possa immaginare. Non si tratta necessariamente di pratiche illegali, ma di strategie di marketing che giocano nella zona grigia della comunicazione: l’azienda può essere italiana, lo stabilimento di trasformazione può trovarsi in Italia, ma i pomodori – la vera materia prima – possono provenire da migliaia di chilometri di distanza.
Dal 2018, il Decreto Interministeriale del 16 novembre 2017 obbliga i produttori a indicare l’origine della materia prima sui derivati del pomodoro. Questa informazione però viene spesso collocata in caratteri minuscoli sul retro della confezione, mentre la parte frontale enfatizza elementi che suggeriscono l’italianità del prodotto senza tecnicamente mentire. La normativa europea, in particolare il Regolamento UE 1169/2011, richiede trasparenza ma consente ancora margini di ambiguità che alcuni produttori sfruttano abilmente.
Perché l’origine dei pomodori fa la differenza
Non si tratta semplicemente di campanilismo o di supportare l’economia nazionale. L’origine della materia prima incide direttamente sulla qualità e sulla sicurezza alimentare del prodotto che portiamo in tavola. I sistemi di controllo fitosanitario, le normative sui pesticidi, i limiti di residui chimici ammessi e i protocolli di tracciabilità variano enormemente tra l’Unione Europea e paesi terzi.
L’Unione Europea applica il principio di precauzione e ha vietato oltre 500 sostanze attive utilizzate in agricoltura. Alcuni paesi extra-UE, come la Cina che rappresenta il principale produttore mondiale di concentrato di pomodoro, applicano standard significativamente più permissivi. Sostanze come il carbofuran o il paraquat, vietate in Europa da anni per i loro effetti neurotossici e cancerogeni, possono ancora essere utilizzate in alcuni paesi esportatori. Quando acquistiamo pomodori trasformati provenienti da questi paesi, stiamo inconsapevolmente accettando un livello di rischio diverso rispetto a quello garantito dalle produzioni europee.
Il caso particolare dei concentrati di importazione
Una pratica diffusa nell’industria conserviera consiste nell’importare concentrato di pomodoro da paesi dove il costo della manodopera è inferiore e le normative meno stringenti. La Cina esporta annualmente oltre 900.000 tonnellate di concentrato di pomodoro, gran parte del quale arriva in Italia dove viene rilavorato. Questo concentrato viene poi diluito con acqua, eventualmente addizionato di sale e acido citrico, confezionato e lavorato in Italia, permettendo di apporre la dicitura “prodotto in Italia” che tecnicamente rispetta la legge ma che nei fatti può confondere il consumatore sulla vera provenienza della materia prima agricola.
Il concentrato cinese può costare anche il 40% in meno rispetto a quello italiano, rendendo questa pratica economicamente vantaggiosa per le aziende ma potenzialmente problematica per i consumatori che credono di acquistare prodotti interamente italiani.
Come difendersi: decifrare le etichette oltre il marketing
La prima arma a disposizione del consumatore consapevole è l’etichetta nutrizionale e informativa, ma va letta integralmente e con attenzione critica. Cerca sempre la dicitura “origine del pomodoro” che dal 2018 deve essere presente per legge e indicare chiaramente il paese di coltivazione, non solo quello di trasformazione. Diffida dalle formule vaghe come “miscela di pomodori UE e non UE” che potrebbero nascondere provenienze da paesi con standard molto diversi dai nostri.
Verifica la coerenza tra prezzo e origine dichiarata: i pomodori italiani hanno un costo di produzione di circa 90-100 euro a tonnellata, mentre quelli cinesi possono costare anche 50 euro a tonnellata. Distingui sempre tra “prodotto in Italia” e “pomodori italiani”, sono due concetti completamente diversi che fanno una differenza sostanziale sulla qualità finale del prodotto che acquisti.

I segnali d’allarme sul fronte della confezione
Esistono alcuni indicatori visivi che dovrebbero attivare il nostro senso critico quando ci troviamo di fronte allo scaffale. Un uso eccessivo di simboli italiani accompagnato da un prezzo particolarmente competitivo rappresenta una combinazione sospetta. Se una passata di pomodoro costa meno di 0,60 euro al litro, difficilmente potrà essere prodotta con pomodori italiani, considerando che il solo costo della materia prima italiana si aggira intorno ai 0,40-0,45 euro al litro.
Anche le immagini utilizzate meritano attenzione: fotografie di campi italiani riconoscibili, riferimenti a regioni specifiche del Sud Italia o menzioni generiche alla tradizione possono essere semplici suggestioni quando la realtà dei fatti racconta un’altra storia. Attenzione particolare va posta ai marchi che utilizzano nomi italianeggianti ma che sono di proprietà di aziende straniere che producono all’estero.
L’importanza della trasparenza per la salute e l’economia
Questa questione non riguarda solo la qualità organolettica del sugo che prepariamo, ma ha ripercussioni su più livelli. Dal punto di vista sanitario, maggiore è la trasparenza sull’origine, maggiore è la possibilità di tracciare eventuali problemi e di tutelare la salute pubblica in caso di allerte alimentari. Il sistema RASFF europeo registra ogni anno decine di notifiche per prodotti a base di pomodoro contaminati da pesticidi non autorizzati, muffe o metalli pesanti, la maggior parte dei quali provenienti da paesi extra-UE.
Sul piano economico, quando acquistiamo inconsapevolmente prodotti che mascherano la loro vera origine, stiamo involontariamente danneggiando l’intera filiera agricola nazionale. Il settore del pomodoro da industria italiano impiega oltre 10.000 addetti diretti e genera un fatturato di circa 3,5 miliardi di euro l’anno. Questa filiera investe risorse significative per garantire standard elevati e merita di essere riconosciuta e premiata dal mercato.
Strumenti pratici per scelte più consapevoli
Oltre alla lettura attenta delle etichette, esistono altre strategie per orientarsi meglio. Le certificazioni DOP e IGP, quando presenti, garantiscono non solo l’origine ma anche il rispetto di disciplinari di produzione rigorosi. Il marchio “100% italiano” promosso da alcune associazioni di categoria, pur non essendo una certificazione ufficiale, indica generalmente prodotti realizzati interamente con materia prima nazionale.
Sviluppare una relazione di fiducia con i punti vendita che privilegiano la trasparenza può fare la differenza nelle scelte quotidiane. Alcuni supermercati hanno iniziato a dedicare scaffali specifici ai prodotti con filiera garantita italiana, facilitando la scelta del consumatore informato che non vuole perdere tempo a decifrare etichette confuse.
Informarsi sulla stagionalità della raccolta dei pomodori aiuta a sviluppare un senso critico più affinato. I pomodori italiani vengono raccolti principalmente tra luglio e settembre nelle regioni del Centro-Sud, con la Puglia che da sola produce il 35% del totale nazionale, seguita da Emilia-Romagna e Campania. Se un prodotto viene commercializzato come fresco in periodi diversi o proviene da regioni non vocate alla coltivazione del pomodoro, qualche domanda sulla sua origine è più che legittima.
Il potere del consumatore risiede nella capacità di fare domande, pretendere risposte chiare e orientare i propri acquisti verso prodotti che garantiscono trasparenza completa. Solo attraverso scelte informate possiamo tutelare la nostra salute, premiare chi produce con onestà e stimolare un mercato più etico e trasparente. La prossima volta che vi trovate davanti allo scaffale dei pomodori, dedicare qualche secondo in più alla lettura dell’etichetta può fare la differenza tra sostenere l’agricoltura di qualità e alimentare un sistema opaco che non tutela né i produttori onesti né i consumatori.
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