Tuo figlio adulto preferisce lo schermo alla famiglia: la frase che abbassa le sue difese e riapre il dialogo

Quando nostro figlio ha smesso di guardarci negli occhi durante la cena per fissare lo schermo del telefono, qualcosa si è spezzato nella dinamica familiare che avevamo costruito negli anni. Non parliamo di bambini piccoli da cui staccare un tablet con facilità, ma di giovani adulti tra i 18 e i 30 anni, con la propria autonomia decisionale e una dipendenza digitale spesso sottovalutata. La sfida è duplice: come genitori dobbiamo riconoscere il confine tra accompagnamento educativo e invadenza nella vita di un adulto, mentre affrontiamo un fenomeno che sta ridisegnando le relazioni familiari contemporanee.

Il paradosso della connessione permanente

I giovani adulti di oggi sono cresciuti con lo smartphone come estensione naturale del corpo, ma questo non significa che abbiano sviluppato anticorpi contro la dipendenza digitale. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il 34% dei giovani tra 18 e 34 anni trascorre oltre 6 ore quotidiane su dispositivi digitali al di fuori delle necessità lavorative. Il risultato? Conversazioni familiari interrotte, appuntamenti saltati per “un’altra partita”, opportunità professionali ignorate perché intrappolati nel vortice dei social media.

Come genitori ci troviamo in una posizione scomoda: vediamo il problema, percepiamo la distanza emotiva che si crea, ma temiamo di essere etichettati come “quelli che non capiscono” o di compromettere ulteriormente un rapporto già fragile con figli che rivendicano la propria indipendenza.

Riconoscere i segnali oltre l’ovvio

Prima di intervenire, è fondamentale distinguere un utilizzo intenso ma funzionale dalla dipendenza vera e propria. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato il disturbo da gioco online come patologia nella classificazione ICD-11 del 2019. Esistono indicatori comportamentali che precedono la diagnosi clinica e che ogni genitore dovrebbe saper riconoscere: l’inversione del ritmo sonno-veglia con sessioni notturne prolungate, l’irritabilità marcata quando viene suggerito di ridurre il tempo online, il progressivo abbandono di hobby e interessi precedenti, la menzogna sistematica sul tempo realmente trascorso connessi, il deterioramento delle relazioni amicali dirette in favore di quelle virtuali.

Il dialogo impossibile che diventa possibile

Dimentichiamo le ramanzine e i toni accusatori. Con un giovane adulto, il registro comunicativo deve cambiare radicalmente. Gli esperti in dinamiche familiari suggeriscono l’approccio della “preoccupazione condivisa” anziché del rimprovero verticale. Significa esprimere cosa proviamo noi come genitori di fronte a certi comportamenti, senza trasformarli in sentenze sulla persona.

Un esempio concreto: invece di “Passi troppo tempo al telefono, stai rovinando la tua vita”, proviamo con “Mi sento triste quando ci sediamo a tavola e tu preferisci lo schermo alla nostra conversazione. Mi manca il contatto con te”. Questo spostamento dalla critica all’emozione personale abbassa le difese e apre spazi di dialogo inaspettati.

Strategie familiari per adulti, non regole per bambini

Con un figlio adulto non possiamo imporre orari o sequestrare dispositivi, ma possiamo co-costruire un ambiente familiare più sano. Il concetto chiave è la negoziazione di spazi liberi dalla tecnologia, non come punizione ma come valore condiviso.

Alcune famiglie hanno trovato efficace proporre “zone franche”: momenti o luoghi in cui tutti, genitori compresi, depositano i dispositivi. La cena del venerdì, la colazione del weekend, il salotto durante certi orari. L’importante è che la proposta venga da una riflessione comune, non da un’imposizione genitoriale.

Il potere dell’esempio coerente

Quante volte controlliamo noi stessi il telefono mentre parliamo con loro? La ricerca sul phubbing tra genitori e figli ha evidenziato come i figli adulti percepiscano come ipocrita qualsiasi intervento educativo da parte di genitori costantemente connessi. Se vogliamo credibilità, dobbiamo dimostrare che un rapporto diverso con la tecnologia è possibile e desiderabile anche per noi.

Quando serve un aiuto esterno

Esistono situazioni in cui il dialogo familiare non basta. Se il giovane adulto mostra segni di vera dipendenza – isolamento sociale grave, trascuratezza dell’igiene personale, abbandono degli impegni lavorativi o universitari – è necessario coinvolgere professionisti. In Italia esistono centri specializzati nella dipendenza digitale, come il Policlinico Gemelli di Roma o il Centro Studi Sociali sull’Infanzia e l’Adolescenza di Firenze, che offrono percorsi specifici.

Quanto tempo passa tuo figlio adulto sullo smartphone ogni giorno?
Meno di 3 ore
Tra 3 e 6 ore
Oltre 6 ore
Non lo so con precisione
Preferisco non saperlo

Come genitori possiamo proporre questo passaggio non come ultima spiaggia disperata, ma come gesto di cura condivisa: “Ho notato che entrambi fatichiamo a trovare un equilibrio su questo tema. Che ne dici se ci facessimo aiutare da qualcuno che ha strumenti diversi dai nostri?”

Riscoprire la vita analogica insieme

Il vuoto lasciato dalla riduzione del tempo digitale va riempito con alternative concrete e attraenti. Un giovane adulto non si entusiasmerà per una passeggiata al parco presentata come “attività salutare”, ma potrebbe essere interessato a un corso di cucina etnica fatto insieme, a un progetto di restauro di un mobile, a un’escursione fotografica in luoghi insoliti.

L’obiettivo non è sostituire uno schermo con noia, ma riscoprire insieme quella dimensione di relazione autentica e presenza reciproca che la connessione permanente ha eroso. A volte sono proprio questi momenti condivisi a riaprire canali comunicativi che credevamo chiusi per sempre, restituendo dignità e profondità al legame tra genitori e figli adulti in un’epoca che sembra aver dimenticato il valore della disconnessione consapevole.

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